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Aborto

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ABORTO

Dr. Carlo Valerio Bellieni
Neonatologo, Ospedale Università degli Studi di Siena

  

Che un bambino abortito ‘nasca vivo’ non ci stupisce: l’aborto dopo i primi 90 giorni si fa provocando il parto e non si vede come possa invece nascere morto. Semmai, se è troppo piccolo non riusciamo – e per conseguenza nemmeno ci proviamo – a tenerlo in vita e il cuore presto cessa di battere. Ma quando è troppo piccolo da non provarci? La legge 194 risale al 1978, che per la medicina è preistoria; e a quel tempo i nati a 25 settimane non sopravvivevano, tanto che l’indicazione della legge di non fare aborti oltre il termine di sopravvivenza fu transitoriamente fissato a 25 settimane e 6 giorni, ma consci che il limite di sopravvivenza si sarebbe spostato verso età più precoci. E infatti la medicina è andata avanti e oggi la sopravivenza a 25 settimane è alta, a 24 quasi del 50% e perfino a 22 non è assente (circa l’8%).
Non banalizziamo la prematurità: nascere prematuri è ancora pericoloso per la vita e per la salute; ma il progresso è innegabile. Quello che stupisce è che degli sforzi di molti medici e infermieri per una migliore sopravvivenza e una migliore qualità di vita dei piccoli non si parla, ma si parla solo di chi deve vivere e di chi deve morire. È un’etica necrofila, che sa parlare solo di morte e che la dice lunga su cosa c’è alla base: l’idea che se la vita ‘non va come pensavamo’, non vale la pena di viverla. E si vorrebbe coinvolgere in questa mentalità le famiglie, cui si vorrebbe dare la croce di decidere vita e morte non capendo che le famiglie stesse questa croce non la vogliono, semplicemente perché non sono medici, non sono sereni, non sono liberi da possibili scivoloni, insomma lontani dalle consapevolezza e libertà indispensabili nelle decisioni in medicina.

Questo fu ben capito dal Comitato Nazionale di Bioetica e dal Consiglio Superiore di Sanità, che emanarono nel 2008 dei documenti di rispetto per la vita del bambino verso cui le Società Italiane di Neonatologia, Pediatria e quella di Ostetricia e Ginecologia, non hanno mai avanzato obiezioni.

Oggi sopravvivono prematuri che era impossibile pensare vivi vent’anni fa; fortuna che nessuno ha detto negli anni ’60 che rianimare i bambini sotto il chilo era accanimento terapeutico ed ‘era etico’ lasciarli morire (ne sopravviveva solo il 10%): oggi ne sopravvive il 90%. Un bellissimo articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine (v. figura) mostra che la sopravvivenza a 22 settimane non è impossibile, e soprattutto che per fare una prognosi non basta la sola età gestazionale, ma si deve tener conto anche il sesso del bimbo (le bambine sono più forti), del peso e di altre variabili. Ma già nel 1999 il British Medical Journal mostrava la sopravvivenza a 22 settimane.

O
ggi si tratta di decidere se il bimbo nato per un aborto meriti di essere rianimato.

Una precisazione: nessuno vuole ‘rianimare contro il parere dei genitori’ se il bimbo non ha chance; ma se il bimbo nato da un aborto ha non solo segni di vita, ma ha anche un’età dal concepimento che ci fa prevedere che il nostro intervento non sarà inutile a salvarlo, abbiamo l’obbligo morale e di legge di aiutarlo a vivere. Pur sapendo che i genitori non lo volevano (ma possono sempre non riconoscerne la paternità). La nascita prematura ci interroga, anche quella indotta da un aborto; e non si può risolvere tutto solo negando le cure: il medico ha il compito di vigilare sulla salute anche – e soprattutto – di chi non è voluto.